Satire

Satire

In una delle età più stabili dell'impero - l'età di Traiano e di Adriano - Giovenale ci prospetta, nelle sue "Satire", un quadro fosco della vita romana. Parlano in lui gli umori aspri dell'italico venuto a Roma con l'animo gonfio di ambizioni e presto respinto ai margini di una società opulenta e spregiudicata, in cui egli vede quotidianamente corrotta l'aristocratica grandezza del passato. Di questa società - che un moralista-filosofo avrebbe indagato nelle sue strutture, nei suoi rinnovati valori spirituali e politici - Giovenale si fa cronista aggressivo ed inclemente, svelandone gli aspetti più meschini, raggelandone i protagonisti in una serie di ritratti che hanno la fissità allucinata e grottesca delle maschere: speculatori astuti, nobili degeneri, matrone prostitute, omosessuali, delatori, scrocconi: una sorta di 'pantheon' negativo, evocato con la furia maniacale di un 'distruttore di illusioni', il cui rifugio è l'ambiguo vagheggiamento di una lontana (e mitizzata) sanità italica.
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